Il Tartufo bianco d’Alba, simbolo di eccellenza gastronomica e identità territoriale, torna al centro dell’attenzione pubblica dopo il servizio andato in onda il 1° febbraio nella trasmissione Report, su Rai 3. L’inchiesta ha acceso un acceso confronto tra cavatori, commercianti, istituzioni e consumatori, riportando alla luce questioni delicate che riguardano uno dei prodotti più preziosi dell’enogastronomia italiana.
Il racconto televisivo parte dall’immagine più iconica e suggestiva della cerca del tartufo: il cane addestrato, il vanghetto, le notti nei boschi. Un rituale antico che nel 2021 è stato riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO, e che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri culturali ed economici delle colline delle Langhe e del Roero, con Alba considerata la capitale mondiale del tartufo.
Dietro questa immagine tradizionale, però, emergerebbe una realtà più complessa. L’inchiesta evidenzia come il settore stia affrontando sfide sempre più rilevanti: i cambiamenti climatici, la siccità e stagioni irregolari stanno riducendo la produttività delle tartufaie naturali, mentre la domanda internazionale continua a crescere. Il risultato è un mercato sempre più sotto pressione, dove l’offerta fatica a tenere il passo con la richiesta.
Il nodo principale riguarda la provenienza dei tartufi che arrivano sui banchi delle fiere e nei ristoranti. In Italia sono nove le specie di tartufo commercializzabili, ma è il bianco pregiato a concentrare l’attenzione e a raggiungere i prezzi più elevati. Proprio per questo, secondo quanto riportato dal servizio, una parte del prodotto potrebbe arrivare dall’estero — in particolare da Paesi dell’Est Europa come Bulgaria, Romania, Serbia e Croazia — per poi entrare nel circuito commerciale italiano attraverso passaggi amministrativi che renderebbero difficile ricostruirne con precisione l’origine.
Una questione che tocca direttamente il territorio di Alba, dove fiere e mercati dedicati al tartufo rappresentano non solo una prestigiosa vetrina gastronomica, ma anche un importante motore economico. Alcuni operatori del settore, intervistati in forma anonima, descrivono un sistema che deve fare i conti con la crescente pressione del mercato globale, dove la presenza sul mercato diventa fondamentale anche quando la disponibilità di prodotto diminuisce. Altri, invece, respingono con decisione le accuse e difendono la serietà dei controlli, ribadendo l’autenticità e l’italianità dei tartufi commercializzati nelle fiere ufficiali.
L’inchiesta ha coinvolto anche il ruolo delle istituzioni. Il Piemonte, che negli anni ha investito molto nella promozione internazionale del tartufo e della sua filiera, ha recentemente portato il prodotto all’Expo 2025 Osaka, rafforzando l’immagine del territorio nel mondo. Una vetrina importante che, secondo il programma televisivo, rende ancora più centrale il tema della trasparenza lungo tutta la filiera.
Il servizio ha suscitato reazioni immediate. Tra i cavatori c’è chi teme che l’inchiesta possa danneggiare la reputazione di un intero territorio già messo alla prova dal cambiamento climatico e dalla riduzione delle tartufaie. Tra i consumatori, invece, cresce la richiesta di maggiore chiarezza sull’origine di un prodotto che può arrivare a costare migliaia di euro al chilogrammo.
Al di là delle polemiche, la puntata di Report ha riportato al centro del dibattito una domanda fondamentale: da dove arriva davvero il tartufo che compriamo? Un interrogativo che riguarda non solo Alba, ma l’intero sistema agroalimentare italiano, chiamato oggi a trovare un equilibrio tra tradizione, tutela ambientale e un mercato internazionale sempre più affamato di eccellenze.

